Hantavirus in Italia: tutti i test sono negativi, ma il sistema ospedaliero non reggerebbe una nuova pandemia. La doppia verità che emerge dal caso MV Hondius
Roma/Cuneo, 16 maggio 2026 | Redazione PuntoCuneo: L’Italia tira un sospiro di sollievo: tutti i test effettuati nel nostro Paese su persone sospettate di aver contratto l’Hantavirus hanno dato esito negativo. Il Ministero della Salute ha confermato che gli accertamenti virologici eseguiti a Milano sul turista britannico in quarantena all’ospedale Sacco — rintracciato perché si trovava a bordo del volo Sant’Elena-Johannesburg — sono risultati negativi, così come quelli del suo accompagnatore. Esito negativo anche per il giovane calabrese in isolamento fiduciario e per la turista ricoverata a Messina per polmonite proveniente da una zona endemica dell’Argentina, i cui campioni sono stati analizzati allo Spallanzani di Roma. Ma dietro la rassicurazione ufficiale si apre un dibattito che va molto oltre il caso clinico: l’Italia era davvero pronta a gestire un’emergenza pandemica? La risposta degli esperti è scomoda.
Il focolaio: cosa è successo sulla nave MV Hondius
Tutto è partito dalla nave da crociera MV Hondius, gestita dalla compagnia Oceanwide Expeditions, che ha salpato da Tenerife per i Paesi Bassi. A bordo erano rimaste 27 persone — 25 membri dell’equipaggio e due medici — tutte asintomatiche. Nessuna di loro ha sviluppato sintomi associati all’Hantavirus durante il viaggio. L’Hondius è prevista in arrivo al porto di Rotterdam domenica 17 o lunedì 18 maggio, dove verrà bonificata. Al 12 maggio, l’Ecdc contava 10 casi totali di Hantavirus legati alla nave, di cui 8 confermati o probabili, con tre decessi. Tra questi, un paziente spagnolo ricoverato all’ospedale della Difesa Gomez Ulla di Madrid in condizioni “stabili”, con terapia a ossigeno, mentre i 13 croceristi spagnoli evacuati dalla nave restano asintomatici e negativi ai test e proseguono i 42 giorni di quarantena il cui inizio è stato fissato dal 10 maggio. Un caso che non ha precedenti recenti nella gestione sanitaria europea e che ha messo alla prova l’intero sistema di sorveglianza del continente.
I casi sospetti in Italia: chi è stato monitorato e dove
Nelle ultime ore erano saliti a sei i casi sospetti in Italia. Gli accertamenti hanno riguardato: il turista britannico ricoverato al Sacco di Milano e il suo accompagnatore; il giovane calabrese in isolamento fiduciario, il cui test è stato analizzato allo Spallanzani di Roma; la turista argentina ricoverata per polmonite a Messina dopo essere arrivata in Italia il 30 aprile con un volo Buenos Aires-Roma. Tutti negativi. La direttrice generale dello Spallanzani, Cristina Matranga, ha dichiarato a margine del forum Next Health 2026: “Abbiamo esaminato tre campioni di sangue per l’Hantavirus, sono tutti negativi e stanno proseguendo l’isolamento. Nessuno è stato ricoverato. Al momento non abbiamo fatto ordini di tamponi, perché abbiamo una scorta sufficiente in magazzino. Le Regioni si stanno attrezzando per individuare ciascuna il proprio laboratorio di riferimento, quindi i prossimi test non è detto che arriveranno da noi.” In questo contesto, il nuovo Centro Oncologico Regionale dell’Ospedale Santa Croce di Cuneo rappresenta un passo concreto verso un sistema sanitario più attrezzato anche per le emergenze — ma le parole degli esperti nazionali raccontano un quadro molto più frammentato.
La rassicurazione del ministro Schillaci: “L’Italia ha agito in modo tempestivo”
Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto durante il question time alla Camera: “Il Piano pandemico funziona” e l’Italia ha agito “in modo tempestivo e coordinato a livello internazionale”. Il ministro ha rassicurato i cittadini ricordando che “l’Hantavirus non è il Covid ma un virus che conosciamo”, e che il rischio per la popolazione generale dell’Ue “è sempre stato e resta molto basso, come confermano le massime autorità sanitarie internazionali”. Schillaci ha poi attaccato “il solito atteggiamento autolesionistico per il quale l’Italia non sarebbe mai pronta. Questo non è vero”. Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia, ha rafforzato il messaggio: “Non siamo di fronte a un nuovo Covid. Il sistema funziona, la sorveglianza c’è. Gli italiani possono stare tranquilli. Il virus Andes è l’unico della famiglia degli Hantavirus che si trasmette da uomo a uomo — e se su quella nave ci fossero stati ebola o colera avremmo avuto molte vittime. Qui parliamo di un virus di cui un solo ceppo è trasmissibile da persona a persona.”
La voce degli esperti: “Il sistema non reggerebbe una nuova pandemia”
Nonostante le rassicurazioni istituzionali, dal mondo medico arriva una valutazione molto più critica. Il sindacato dei medici ospedalieri Anaao avverte: “Oggi non c’è un rischio reale di diffusione nel nostro Paese, ma se ciò avvenisse il sistema non reggerebbe una nuova pandemia.” Una frase che pesa, pronunciata da chi lavora ogni giorno negli ospedali italiani e conosce i limiti reali delle strutture. Il professor Matteo Bassetti sottolinea un problema strutturale fondamentale: in Italia esistono solo tre ospedali dedicati alle malattie infettive — lo Spallanzani di Roma, il Sacco di Milano e il Cotugno di Napoli — che in caso di emergenza pandemica sarebbero in prima linea. “Con 21 sistemi sanitari regionali diversi, ognuno va per la propria strada”, avverte Bassetti. Una frammentazione che rende la risposta disomogenea e potenzialmente inefficace in caso di emergenza rapida. Mentre l’Italia gestisce le tensioni diplomatiche legate alla crisi iraniana, sul fronte interno il sistema sanitario rivela fragilità strutturali che la politica non può ignorare.
Il virus Andes: cosa dicono i virologi
Andreas Hoefer, esperto di microbiologia ed epidemiologia molecolare dell’Ecdc, ha dichiarato durante un briefing alla stampa: “Il virus Andes è l’unico della famiglia degli Hantavirus che si trasmette da persona a persona. I virus possono mutare nel tempo, ma al momento non ci sono motivi per pensare che questo sia mutato per diventare più trasmissibile. Ciò che stiamo osservando sia dal punto di vista epidemiologico che microbiologico suggerisce che il virus si stia comportando come di consueto.” Il microbiologo Crisanti ha aggiunto: “La contagiosità è molto bassa. Ma la prudenza è giusta.” L’Ecdc avverte tuttavia che nelle prossime settimane sono possibili altri casi tra i passeggeri della nave, dato il periodo di incubazione del virus, che può arrivare fino a 42 giorni. Una finestra temporale che mantiene alta l’attenzione delle autorità sanitarie di tutta Europa. Sul fronte delle fake news, il ministero ha smentito categoricamente la falsa notizia di un presunto collegamento tra Hantavirus e vaccinazione anti-Covid: “Non esiste alcuna evidenza scientifica.”
Il Piano pandemico 2025-2029: cosa prevede e cosa manca
L’11 maggio il ministero ha emanato la circolare operativa con aggiornamento epidemiologico, definizioni di caso e indicazioni di sanità pubblica: quarantena fiduciaria per i contatti ad alto rischio, sorveglianza attiva per gli altri. Il Gruppo di esperti per la rete nazionale dei laboratori si è riunito nella stessa giornata. Il ministro Schillaci ha ricordato che il Piano pandemico 2025-2029, a differenza del precedente, “permette risposte calibrate su scenari diversi”. L’Agenzia europea dei medicinali, tramite la sua task force di emergenza, è pronta a supportare lo sviluppo di antivirali in grado di ridurre la pericolosità dell’infezione. La ricerca medica italiana continua a distinguersi a livello internazionale — ma la distanza tra eccellenza scientifica e capacità ospedaliera diffusa rimane il punto critico su cui il sistema si inceppa nel momento del bisogno.
Cosa significa tutto questo per i cittadini italiani
Il caso Hantavirus, al di là dei numeri rassicuranti sui test negativi, ha aperto una finestra su una fragilità sistemica che l’Italia non può permettersi di ignorare. Con soli tre ospedali infettivologici di riferimento nazionale, 21 sistemi sanitari regionali che procedono in ordine sparso e una rete territoriale che in molte aree del Paese fatica a reggere anche nelle emergenze ordinarie, il rischio non è il virus Andes in sé — ma la capacità di rispondere in modo coordinato a qualsiasi emergenza futura. La buona notizia è che questa volta l’Italia ha risposto in modo adeguato. La domanda che resta aperta, e che i medici ospedalieri pongono con forza, è: se si ripetesse con un agente patogeno più aggressivo, saremmo davvero pronti? Mentre il Parlamento italiano è concentrato sulla riforma elettorale, la risposta a questa domanda attende ancora una politica sanitaria strutturale all’altezza della sfida.
Fonti: ANSA Salute, Sky TG24, Il Giornale, Quotidiano Nazionale, ECDC | Pubblicato: 16 maggio 2026 | Redazione PuntoCuneo
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