Cronaca

Meta licenzia 33 dipendenti a Milano: l’AI costa il posto a un terzo dei lavoratori italiani

Pubblicità

Milano, 4 giugno 2026: C’è qualcosa di profondamente diverso in questa ondata di licenziamenti che sta scuotendo il settore tecnologico italiano. Non è la prima volta che le Big Tech tagliano posti di lavoro, ma stavolta il copione è cambiato. Non si parla di crisi finanziaria, non si parla di conti in rosso. Si parla di intelligenza artificiale. E la differenza, per chi lavora in questi uffici, è abissale.

La scure cade su Milano: Meta taglia 33 posti in piazza Missori

Il 20 maggio 2026, alle quattro del mattino ora locale a Singapore, Meta ha inviato le prime mail di licenziamento. A cascata, la comunicazione ha raggiunto tutte le altre filiali nel mondo. In Italia, però, l’azienda non poteva procedere allo stesso modo: la normativa nazionale impone una procedura di consultazione collettiva con sindacati e autorità, e Meta l’ha avviata. Il risultato è una lista di 33 nomi su 116 dipendenti totali — quasi un terzo dell’intero organico italiano, concentrato per la maggior parte nella sede milanese di piazza Missori. Figure professionali qualificate, che lavoravano ogni giorno dietro le quinte di Facebook e Instagram, i social usati da decine di milioni di italiani.

Non è una crisi: è una scelta strategica

Quello che rende questa vicenda diversa dalle ristrutturazioni del passato è la natura dichiarata della decisione. Meta non sta tagliando perché va male: nel 2026 l’azienda prevede di investire tra 115 e 135 miliardi di dollari in intelligenza artificiale, una cifra pari a tutti gli investimenti dei tre anni precedenti messi insieme. I licenziamenti non sono una conseguenza della difficoltà, ma del successo — o almeno, della scommessa sul futuro. Come ha spiegato lo stesso Mark Zuckerberg, progetti che un tempo richiedevano interi team ora vengono completati da una singola persona con gli strumenti giusti. Il messaggio è netto: l’AI non affianca il lavoratore, lo rende meno necessario. A livello globale, il piano prevede 8.000 esuberi e la ricollocazione di altri 7.000 dipendenti verso mansioni legate all’automazione. I sindacati italiani, Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs, attendono un tavolo di trattativa. Già nel 2022, una situazione simile si era conclusa con gli esuberi dimezzati grazie a uscite volontarie incentivate. Leggi l’analisi completa de Il Giorno sui licenziamenti tech a Milano e il ruolo dell’intelligenza artificiale.

Il paradosso dell’AI washing: solo 1 taglio su 5 è davvero causato dall’AI

C’è però un elemento che vale la pena approfondire, perché cambia la lettura di questa crisi. Secondo le analisi indipendenti condotte su dati pubblici, comunicazioni interne e testimonianze dei dipendenti, solo il 20% dei circa 142.000 licenziamenti tech avvenuti nel 2026 è realmente attribuibile all’intelligenza artificiale. Il restante 80% deriva da ristrutturazioni finanziarie, riorganizzazioni interne e riduzione dei costi — ma viene sistematicamente presentato all’esterno come “ottimizzazione AI”. Anche Sam Altman, CEO di OpenAI, ha riconosciuto il fenomeno: “C’è dell’AI washing in cui le persone incolpano l’AI per licenziamenti che avrebbero fatto comunque.” Per i lavoratori italiani coinvolti, questa distinzione non è solo semantica: cambia il tipo di tutele a cui hanno diritto, i percorsi di reinserimento disponibili e la narrazione che accompagna la fine del loro contratto.

Non è detto che siamo pronti a gestire questa frattura nel contratto sociale tra azienda e dipendente. La domanda non è se il fenomeno arriverà anche negli altri poli tecnologici italiani. È solo quando.

Opinione personale: Una trasformazione silenziosa ma profonda, che non si vede nelle piazze ma si sente negli uffici. E che merita più attenzione pubblica di quanta ne stia ricevendo.

Condividi questo articolo

Potrebbe interessarti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *