Cronaca

L’Italia torna al nucleare: la Camera approva la legge delega con 155 sì. Dove nasceranno i mini-reattori e quando si accendono

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Roma, 6 giugno 2026 | Redazione Politica & Energia: L’Italia torna al nucleare. Giovedì 4 giugno 2026 la Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Il provvedimento passa ora al Senato per l’approvazione definitiva, che il governo punta a ottenere prima della pausa estiva, con l’obiettivo di emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno. Trentanove anni dopo il referendum del 1987 che spense le ultime centrali italiane, Montecitorio ha aperto — per la prima volta — uno spiraglio concreto al ritorno dell’atomo nella penisola. Non le grandi centrali del passato, ma una nuova generazione di reattori modulari di piccola taglia, più flessibili, più sicuri e pensati per un’Italia che vuole affrancarsi dalla dipendenza energetica dall’estero.

Il voto e cosa prevede la legge delega

Il disegno di legge, firmato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin nell’ottobre 2025, non autorizza direttamente la costruzione di alcun impianto. Conferisce invece al governo una delega — da esercitare entro dodici mesi — per disciplinare con appositi decreti l’intera materia: dalla produzione di energia da fissione alla ricerca sulla fusione nucleare, dalla gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito allo smantellamento degli impianti esistenti, fino alla riorganizzazione delle competenze istituzionali. Il voto ha visto schierata a favore la maggioranza di governo — Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia — con il sostegno di Azione. Italia Viva si è astenuta. Il centrosinistra, con il Partito Democratico in testa, ha votato contro, definendo il provvedimento “una delega in bianco” priva di garanzie concrete per i cittadini e i territori. Il provvedimento si candida ora a diventare legge definitiva prima dell’estate, con i decreti attuativi attesi entro Natale 2026. Come ha confermato l’ANSA nella serata del 4 giugno, il ministro Pichetto intende procedere in parallelo con l’iter al Senato e il varo dei decreti attuativi, senza aspettare la conclusione formale dell’iter parlamentare.

SMR e AMR: cosa sono i mini-reattori su cui punta l’Italia

Il cuore della strategia italiana non è il ritorno alle grandi centrali degli anni Sessanta — quelle di Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso, tutte dismesse — ma l’adozione di tecnologie di nuova generazione. La legge delega individua due filoni principali: gli SMR (Small Modular Reactor), reattori modulari di piccola taglia caratterizzati da ridotto rischio tecnologico, tempi di costruzione inferiori e costi più contenuti rispetto alle centrali tradizionali; e gli AMR (Advanced Modular Reactor), evoluzione di quarta generazione che utilizza refrigeranti innovativi — come piombo fuso o sali fusi — per ridurre ulteriormente il volume e la pericolosità delle scorie. Alla fusione nucleare, cui l’Italia partecipa già con tre laboratori di primo piano nei progetti internazionali ITER e DTT, è dedicata una sezione apposita della delega. Il ministro Pichetto Fratin ha indicato come orizzonte realistico il 2034-2035 per vedere i primi reattori modulari operativi in Italia, con una quota di nucleare nel mix elettrico nazionale compresa tra l’11% e il 22% a regime. Un obiettivo ambizioso, su cui tuttavia non mancano le voci critiche: il Politecnico di Milano stima almeno dieci anni per un primo reattore effettivamente in funzione, e il deposito nazionale unico per i rifiuti radioattivi — previsto da anni — non è ancora stato costruito. Come ha ricostruito Today.it, la legge delega destina 1,5 milioni di euro per il 2025 e 6 milioni per il 2026 a campagne di informazione ai cittadini, con l’obiettivo di spiegare la bontà del progetto e rassicurare l’opinione pubblica in vista della scelta dei siti.

La classifica generale alla partenza: dove potranno nascere i nuovi impianti

La legge apre ai comuni la possibilità di candidarsi volontariamente per ospitare i nuovi siti nucleari — una novità rispetto al passato, in cui la localizzazione era calata dall’alto con effetti di rigetto sociale e politico. Le regioni già individuate dalla Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) come potenzialmente compatibili con impianti nucleari sono sei: Lazio, Piemonte, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia. In Lazio l’attenzione si concentra soprattutto sulla provincia di Viterbo — area di Montalto di Castro — già sede di una centrale mai entrata in funzione. Il Piemonte guarda a Trino Vercellese, dove sorgeva una delle quattro centrali storiche. La sfida politica e sociale, tuttavia, resta enorme. Le opposizioni regionali ai siti si sono storicamente dimostrate capaci di bloccare qualsiasi iter autorizzativo, e la mancata localizzazione del deposito nazionale per le scorie esistenti — bloccato da anni da veti incrociati di enti locali e regioni — è il segnale più eloquente di quanto complicato sia il percorso. “Se non siamo stati capaci di posizionare un singolo deposito di rifiuti pregressi del vecchio nucleare, come possiamo pensare di pianificare nuove centrali?” si chiede apertamente una voce critica del settore energetico. Il ciclismo piemontese attende la Corsa Rosa — ma il Piemonte di Trino Vercellese potrebbe ben presto attendersi qualcosa di molto più pesante: la scelta di ospitare uno dei primi mini-reattori italiani del terzo millennio.

1987 e 2026: due referendum, due Italie a confronto sullo stesso tema

Trentanove anni separano il referendum del 1987 — quello che spense le ultime centrali dopo Chernobyl — dal voto di Montecitorio del 4 giugno 2026. Nel 1987 l’Italia scelse di uscire dal nucleare con una chiarezza netta: l’80% dei votanti disse no. Nel 2011, dopo Fukushima, un secondo referendum confermò la stessa posizione con percentuali simili. Oggi il contesto è radicalmente cambiato. La guerra in Iran, il blocco dello Stretto di Hormuz, la crisi energetica che stringe famiglie e imprese, e il dibattito globale sulla decarbonizzazione hanno modificato la percezione pubblica. I sondaggi più recenti mostrano un’opinione pubblica italiana più aperta al nucleare rispetto a dieci anni fa, soprattutto quando si parla di tecnologie di nuova generazione percepite come più sicure. Ma la salita è la stessa di sempre: quegli stessi veti territoriali, quegli stessi timori sulla gestione delle scorie, quella stessa diffidenza tra promesse politiche e realizzazioni concrete. Come ha osservato Il Fatto Quotidiano, le opposizioni parlano di “scelta ideologica mascherata da pragmatismo” — e il dibattito al Senato si preannuncia più aspro di quello alla Camera.

Cosa succede ora: Senato, decreti attuativi e il nodo energetico europeo

Il percorso parlamentare entra ora nella sua fase più delicata. Il governo conta sull’approvazione definitiva al Senato entro luglio, prima della pausa estiva, per poi procedere con i decreti attuativi entro Natale 2026. Questi decreti saranno il cuore operativo della legge: stabiliranno i criteri per la localizzazione dei siti, le procedure autorizzative, gli standard di sicurezza, le modalità di gestione del combustibile esaurito e le regole per la produzione di idrogeno tramite energia nucleare. Sullo sfondo, il ritorno al nucleare italiano si inserisce in un contesto europeo sempre più favorevole all’atomo: Francia, Polonia, Svezia e Repubblica Ceca hanno già avviato o confermato programmi nucleari di nuova generazione. La Commissione europea ha incluso il nucleare nella tassonomia delle attività sostenibili, aprendo la strada ai finanziamenti verdi. Il montepremi energetico in palio è enorme: chi sarà in grado di produrre energia autonomamente sarà più libero, più forte e più sicuro — parole del ministro Pichetto Fratin che risuonano con forza in un’Europa che sta imparando a sue spese quanto costi dipendere dall’energia altrui. Nel grande scacchiere della politica energetica europea, come dimostra anche la vicenda dei fondi SAFE per la difesa, certi momenti decidono le traiettorie di un Paese per decenni — e questo voto della Camera potrebbe essere uno di quelli.

Dove seguire gli aggiornamenti parlamentari in diretta

L’iter al Senato della Repubblica è seguito in diretta sul sito ufficiale del Senato, con aggiornamenti in tempo reale sulle commissioni competenti, il testo integrale del ddl e le dichiarazioni di voto. Per gli approfondimenti tecnici sugli SMR e sulle tecnologie nucleari di nuova generazione, il sito dell’ENEA offre documentazione scientifica, mappe delle aree di ricerca e aggiornamenti sui progetti internazionali a cui l’Italia partecipa. Come il dibattito energetico degli ultimi anni ha dimostrato, l’informazione corretta e trasparente è la premessa indispensabile per qualsiasi scelta collettiva di questa portata — e l’Italia, questa volta, non può permettersi di arrivare impreparata.

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